PROGETTO EDUCATIVO DELLA COMUNITA’ DI ACCOGLIENZA PER MINORI “TENIAMOCI PER MANO”
PROGETTO EDUCATIVO
1. DEFINIZIONE
La Comunità di Accoglienza per minori “Teniamoci per mano ” è una comunità di accoglienza di tipo familiare (casa che accoglie) per ragazzi/e con situazioni di disagio personale e familiare pregiudizievoli per la loro crescita e la loro realizzazione.
Essa ha come finalità primaria quella di accogliere il ragazzo così com’è, facendo di tutto per farlo sentire a casa propria (accoglienza incondizionata); inoltre, attraverso un progetto educativo individuale e personalizzato, di condurre il ragazzo accolto verso una graduale autonomia.
L’inserimento all’interno della comunità di accoglienza è temporaneo ed ha, in ordine di preferenza, i seguenti obiettivi generali:
1. rientro nella propria famiglia di origine (collaborare con gli altri soggetti istituzionali di pertinenza nel lavoro di affiancamento della famiglia di origine, in vista della risoluzione dei motivi che hanno portato all’affido e del quanto più immediato possibile rientro del minore nel proprio ambiente naturale);
2. affidamento familiare (sensibilizzare il territorio e la comunità all’affidamento familiare, anche nelle forme intermedie – solo in fine settimana o i periodi di vacanza, sostegno pomeridiano, ecc. – ritenendo la soluzione affido familiare più consona alle necessità dei ragazzi rispetto al soggiorno in Comunità, e secondaria al rientro nella propria famiglia d’origine);
3. adozione
4. accompagnamento verso l’autonomia nel caso che delle tre ipotesi precedenti, nessuna sia percorribile (sorvegliare e potenziare le proprie capacità di affidamento in comunità per rispondere e venire incontro al meglio alle complesse esigenze del minore, lì dove il rientro in famiglia e/o l’affidamento familiare non siano possibili). A tal fine si progettano percorsi di autonomia da attivare con il raggiungimento della maggiore età.
2. OBIETTIVI EDUCATIVI GENERALI
Le linee generali del nostro intervento sui minori derivano dall’individuazione di alcuni obiettivi specifici che rispondono ai canoni di globalità, coerenza e progressività della persona. Essi prevedono:
1. l’opportunità di soddisfare i bisogni primari, riguardanti la salute, la cura della persona, il divertimento, secondo un’ottica proiettata verso l’autonomia del soggetto;
2. il superamento sereno del disagio relazionale e delle problematiche esistenziali ad esso connesse, al fine di acquisire e valorizzare le proprie abilità e competenze (potenzialità di ciascuna persona);
3. la prevenzione del disagio non solo con un’ottica protettiva, ma anche e soprattutto per favorire l’autonomia nelle scelte e la progettazione individuale verso il futuro;
4. la ristrutturazione e la rielaborazione del passato (attraverso una ricerca di senso nella storia e negli avvenimenti) e l’eventuale creazione di una rete di rapporti affidabili e funzionali alla crescita del ragazzo;
5. un’attenzione particolare alla dimensione affettiva come componente fondamentale dello sviluppo umano;
6. il sostegno per una libera adesione, cosciente e responsabile,
3. SISTEMA PREVENTIVO
Il Sistema Preventivo vede nella prevenzione un metodo ma anche una qualità interna dell’educazione: essa non è rivolta solamente a contrastare un’emergenza o a risolvere un problema contingente; anzi, si fa prevenzione attivando un processo continuo di anticipazione delle patologie sociali, mobilitando forze e risorse capaci di operare su tutti quei processi che causano fenomeni di marginalità, diversità, devianza. In quest’ottica, ogni intervento educativo dovrà influire su tre livelli:
a) sostegno delle persone singole (livello più strettamente educativo);
b) maturazione della mentalità sociale (livello culturale);
c) assicurare a tutti, ma particolarmente ai più deboli, condizioni di protezione e di sviluppo ed orientare l’esercizio del potere al bene comune (livello politico).
La forma più efficace di prevenzione è l’educazione: si previene quando le persone sviluppano le proprie risorse e riescono così a gestire l’eventuale proprio disagio esistenziale, a neutralizzare le cause soggettive della devianza ed a superare anche i condizionamenti esterni. La prevenzione, quindi, è soprattutto una pedagogia della relazione personale che si manifesta nell’accoglienza incondizionata, nell’accompagnamento amicale e fraterno, nel dialogo e nella condivisione di attività.
La qualità della relazione è, quindi, al centro del programma e la persona è al centro della relazione.
Di conseguenza, l’educatore si pone come figura autorevole e significativa e quindi viene riconosciuto come persona che ha competenze oggettive e normative, per questo interviene in modo costruttivo attraverso funzioni orientative e regolative per il raggiungimento di un’autonomia personale, intesa come espressione non di una soggettività egocentrica, ma di un rapporto dialogale con la realtà, vissuta nella sua complessità.
Esso punta sulla vita di gruppo come opportunità per l’apprendimento sociale e comunicativo e di sperimentazione emozionale-affettiva: egli valorizza il contesto-gruppo intervenendo come modello relazionale ed affettivo, come facilitatore nella comunicazione, come dispensatore di comportamenti socialmente accettabili.
La rivalità ed il reciproco sostegno, la competizione e la cooperazione, le dinamiche di esclusione ed i sentimenti di appartenenza, tutte le situazioni che fanno parte del quotidiano diventano “materiale” su cui lavorare per il cambiamento e la crescita dei singoli.
L’educatore adotta uno stile specifico per raggiungere tali traguardi educativi, quello dell’animazione. Essa viene definita come un modo di pensare all’uomo, ai suoi dinamismi, ai processi. In tal senso, si attiva un processo critico di promozione liberatrice della persona: il ragazzo deve essere protagonista e committente principale di tutti i processi che lo riguardano; egli non è solo destinatario dell’intervento ma è soprattutto una risorsa per se stesso, per la comunità educativa e per ogni singolo educatore, risorsa che aiuta ad attuare una revisione critica costante della propria vita ed a mettersi sempre in discussione. Inoltre, essa permette di rivolgersi ad ogni
giovane non abbassando le attese educative, ma offrendo ad ognuno ciò di cui ha realmente bisogno qui ed ora, proponendo, allo stesso tempo, mete ed obiettivi educativi “alti”.
4. LA METODOLOGIA EDUCATIVA
Per raggiungere gli obiettivi precedentemente individuati, la giornata in Comunità è metodologicamente organizzata.
Sono assicurate attività esterne a tutti i ragazzi: innanzi tutto l’inserimento nelle scuole dell’obbligo, superiori e/o professionali; poi in attività sportive per favorire uno sfogo, una crescita fisica armonica ed un momento di aggregazione con i coetanei.
E’ inoltre assicurata la frequenza a corsi di tipo più culturale a chi ne ha la capacità e la passione: musica, teatro, canto, laboratori manuali e creativi.
Sono individuati, proposti, realizzati e valorizzati momenti atti ad abituare i ragazzi alla condivisione ed alla riconoscenza, quali ad esempio le feste in occasione di eventi particolari, uscite e gite di vario tipo (culturale, ricreativo,…) e soprattutto le vacanze insieme, quando il sentimento dell’appartenenza, dell’identità collettiva, viene rinforzato dalla dimensione dell’esplorazione, dello sperimentarsi insieme e diversamente, in un contesto umano e sconosciuto, stimolante e divertente.
Precisi momenti informativi e formativi su aspetti etici, fisici, ecc., secondo le esigenze manifestate dai ragazzi, vengono organizzati con continuità e costanza per fornire loro elementi utili per un giudizio ed un corretto approccio alle diverse problematiche evidenziate.
Altro momento valorizzato quotidianamente è quello dei pasti , luogo sereno di grande familiarità, dove ciascuno racconta la propria giornata e condivide con gli altri i successi e le difficoltà.
5. TIPO DI PRESTAZIONI ED OPPORTUNITA’ OFFERTE
Questa Comunità di Accoglienza è progettata per rispondere alle esigenze dei minori, maschi e femmine, con problematiche di inserimento sociale dovute a condizioni di disagio familiare,
abitativo, socio-culturale. E’ aperta sette giorni su sette, tutto l’anno. Può ospitare dici minori, più due in pronta accoglienza, di età compresa tra gli undici e dodici anni fino al compimento della maggiore età.
Tra il tipo di prestazioni offerte della Comunità rientrano:
a) accoglienza, osservazione e progettazione: dopo un primo periodo di accoglienza ed ambientazione per il minore, la Comunità esegue una serie di osservazioni mirate alla stesura del progetto educativo personalizzato, redatto in collaborazione con il Servizio Sociale di provenienza;
b) gestione dei rapporti con i servizi sanitari e sociali: l’intervento educativo per il minore è progettato con il Servizio Sociale. La Comunità si preoccupa di far proseguire al minore, qualora siano stati già intrapresi, gli incontri di psicoterapia. Per quanto concerne, invece, l’assistenza sanitaria di base o specialistica, esclusa quella psicologica, la Comunità, in
collaborazione con la ASL di appartenenza, offre un medico sul territorio;
c) intervento di socializzazione e risocializzazione: si parte dal presupposto che in diverse situazioni ed in conseguenza delle problematiche che hanno portato all’inserimento in Comunità, molti ragazzi hanno perso alcuni contatti con il mondo esterno (amicizie, gruppi, …) e la capacità stessa di costruirli. Pertanto uno degli obiettivi fondamentali che la Comunità si prefigge è diretto a favorire i rapporti con i loro coetanei, allargando le loro esperienze sociali con l’inserimento in gruppi differenti e con l’utilizzo di strutture scolastiche, lavorative, sportive, ricreative e culturali per favorire l’integrazione e la socializzazione;
d) organizzazione del tempo libero (attività ricreative, sport, vacanze): la Comunità ricerca, potenzia e propone legami e forme di collaborazione bilaterali con le varie agenzie
educative presenti nel territorio, è indispensabile valutare i progetti ed i servizi già attivati dalle istituzioni. Tutto questo ha come obiettivo primario quello di favorire l’acculturazione, la socializzazione,
l’aggregazione sia con persone esterne che con quelle interne alla Comunità, svolgendo anche una funzione di sostegno e di sviluppo dell’identità della persona. Un momento molto importante di svago, divertimento ed aggregazione
e) inserimento scolastico e rapporti con le scuole (insegnanti e gruppo classe): nella progettazione iniziale, fatta per ogni minore inserito in Comunità, è previsto spesso anche un percorso scolastico. Gli educatori scelgono la scuola presente sul territorio più adatta ad accogliere e sostenere le sue problematiche, attraverso un confronto anche con i presidi. Durante tutto l’anno scolastico, vi sono incontri periodici tra gli insegnanti ed un educatore per valutare i risultati, l’inserimento nel gruppo classe, l’emergere di determinate difficoltà.
6. RAPPORTO CON IL TERRITORIO
La permanenza dei giovani all’interno della Comunità di Accoglienza è da considerarsi solo una fase, seppure importante e delicata, di un più lungo percorso che culmina nell’inserimento graduale e soddisfacente dei giovani stessi nel più ampio contesto territoriale.
Il rapporto con le realtà territoriali, siano esse istituzioni pubbliche o del privato sociale, deve essere realizzato in una prospettiva biunivoca:
1. da un lato, il territorio offre risorse che possono contribuire a colmare i bisogni formativi dei giovani. I servizi pubblici sanitari, ad esempio, ottemperano ai bisogni di prevenzione, cura e riabilitazione delle persone in difficoltà, mentre le associazioni di volontariato costituiscono una spazio in cui il giovane può interessarsi a problematiche che riguardano altre persone e così mettere a frutto le proprie personali capacità rispondendo, anche in questo modo e nel concreto, alle domande esistenziali e sul significato della vita che cominciano a porsi in questa fase del ciclo vitale. Questo implica realizzare un capillare ed accurato lavoro di rete che consiste nell’attivare, a livello territoriale, relazioni in cui vengono coinvolte non solo le istituzioni ma anche le singole persona che possono dare il loro contributo nella realizzazione del progetto individualizzato a favore del giovane;
2. dall’altro lato, la Comunità di Accoglienza si pone come interlocutore significativo nel contesto territoriale impegnandosi nel denunciare quelle situazioni di degrado che sono concausa di disagio per i giovani e stimolando quindi l’intervento delle autorità preposte. Ancora una volta, quindi, la Comunità di Accoglienza, lungi dall’essere semplicemente la risposta a situazioni di emergenza in cui si trovano molti giovani, si fa promotrice in prima persona dei loro diritti, porta a conoscenza del territorio le problematiche giovanili, si interroga su di esse e promuove su questi temi un rapporto dialogico, di scambio e di arricchimento con il tessuto sociale in cui è inserita. Inoltre, la Comunità di accoglienza diventa motivo di sensibilizzazione e diffusione di valori quali quelli della solidarietà e della co-responsabilità. In un’ottica più allargata ed a lungo termine, questo lavoro di sensibilizzazione potrebbe sviluppare un senso critico e morale in tutta la comunità territoriale, tale da favorire la nascita e crescita di una “cultura della solidarietà”,soprattutto a favore dei minori.
In quest’ottica, ogni intervento educativo si trova ad essere un punto nella rete di opportunità, presenti o da attivare, intorno al ragazzo. A tal fine è importante mantenere ed incentivare i rapporti con le istituzioni che hanno contatti con il ragazzo. In ogni territorio, infatti, agiscono simultaneamente e sinergicamente diverse reti cui l’individuo può appartenere in modo esclusivo o meno. Per questo, ogni intervento con i minori vuole configurarsi come luogo di socializzazione: l’attenzione si sposta dall’individuo singolo ed isolato alle sue relazioni con il contesto, con gli altri individui, con le istituzioni, con i gruppi, con i servizi, … in una visione circolare in cui il comportamento di ciascun membro in un sistema (famiglia, gruppo sociale, servizio, …) influenza inevitabilmente il comportamento degli altri ed a sua volta ne è influenzato. La ricchezza o la povertà di una rete dipendono non solo dalla capacità delle persone di allacciare dei legami intensi e duraturi, ma anche dalla disponibilità delle persone che si trovano attorno ad esse, dalle vicende di vita quotidiana o dal contesto geografico, economico, culturale, politico. L’educatore che lavora in questa direzione adotta una prospettiva di interesse per la vita quotidiana delle persone nel loro ambiente, rinunciando ad un interventismo continuo ed unilaterale. Lavorare in rete comporta dunque una dialettica permanente tra forze esistenti nella persona e nella rete.
Dal punto di vista operativo la Comunità di Accoglienza cercherà di:
- realizzare una mappatura delle risorse esistenti sul territorio;
- mantenere i legami con le istituzioni del territorio (informare/informarsi);
- attivare la formazione, in collaborazione con i Comuni e con le altre associazioni presenti sul territorio, realizzare un accurato lavoro di rete, mettendo in essa le risorse private, istituzionali, associative;
- promuovere, almeno una volta l’anno, un incontro sulle tematiche riguardanti i giovani in difficoltà, quale momento di studio, approfondimento e scambio di esperienze tra realtà che operano in questo ambito;
- partecipare a convegni sulle stesse tematiche sia a livello locale che nazionale;
- individuare una persona dell’équipe che ha il compito di curare questi aspetti e che promuova una verifica periodica nelle riunioni di équipe;
7. IL PERCORSO AMMISSIONI – DIMISSIONI
Alla luce di quanto detto finora, risulta chiara l’importanza della determinazione di un dinamico, funzionale e rispettoso percorso di ammissione del ragazzo nel servizio e sicuramente anche la programmazione delle sue dimissioni. Si ritiene, infatti, che sia impossibile il raggiungimento dei predetti obiettivi, se non tramite un idoneo studio di progettazione con l’utente attraverso osservazioni accurate ed importanti verifiche intermedie del percorso .
A seguito dell’invio della relazione sul minore e/o della compilazione della scheda fornita dalla Comunità , dopo la presentazione del caso da parte dei Servizi Sociali al responsabile, costui, insieme all’équipe degli educatori, valuterà l’eventuale accettazione del caso, in base alla reali necessità ed alla compatibilità del caso con la struttura ed il gruppo già esistente.
Se il caso è accettato, si passerà alla conoscenza del minore , attraverso la mediazione dell’Assistente Sociale. In questo incontro, la Comunità di Accoglienza ha la possibilità di farsi conoscere attraverso i propri operatori e la propria strutturazione interna. La fase ulteriore sarà la prosecuzione della conoscenza reciproca tra il minore e la Comunità di Accoglienza ed il graduale inserimento del ragazzo in essa.
Inizia quindi un periodo di vicendevole conoscenza ed osservazione, al termine del quale, grazie ai dati raccolti, sarà possibile per entrambi, attivare l’ammissione e la compilazione del progetto educativo personalizzato.
Il progetto predisposto per ciascun minore ammesso in Comunità dovrà indicare:
- le motivazioni dell’affidamento e dell’inserimento del minore in Comunità;
- il periodo di presumibile durata dell’affidamento;
- le modalità di rapporto tra educatori della Comunità e genitori o tutore del minore Copia del progetto deve essere fornita agli operatori della Comunità.
L’inserimento del minore in Comunità avviene in modo graduale, salvo casi di urgenza. Dopo un periodo iniziale di permanenza in Comunità, gli educatori ed i Servizi Sociali in collaborazione progettano e promuovono interventi specifici come risposta ai bisogni individuali rispetto all’aspetto psicologico, medico e sociale.
Infine, le dimissioni del minore dalla Comunità vanno adeguatamente programmate e preparate. Il Servizio Sociale, durante il periodo di permanenza del minore in Comunità, si impegna a concordare con la famiglia originaria un idoneo progetto di reinserimento. Nel caso in cui questo non sia possibile, verranno individuate soluzioni alternative. Qualora vi siano minori adolescenti per i quali non possa realizzarsi né il rientro in famiglia, né l’affidamento eterofamiliare, né altri provvedimenti, l’impegno sarà rivolto ad individuare soluzioni adeguate a reinserimento autonomo del soggetto nell’ambiente sociale (attraverso percorsi di semiautonomia da attivare nel territorio in collaborazione con il comune).
Le modalità di rapporto con la famiglia d’origine del minore sono definite nella progettazione individuale del ragazzo e mediate dal Servizio Sociale. Gli operatori della Comunità si impegnano a rispettare le eventuali disposizioni stabilite dall’autorità affidante.
8. EQUIPE EDUCATIVA
L’équipe educativa è costituita da un responsabile- coordinatore(Assistente Sociale, da 2 educatori Professionali , da uno psicologo , da due Operatori Socio Assistenziali , da due ausiliari e un operatore legale.
Il lavoro in équipe non è solo funzionale alle esigenze operative, ma uno stile che riflette un valore orientativo fondamentale per la Comunità ed il contesto entro cui è situata: quello della comunione e della corresponsabilità.
Tutte le decisioni che riguardano la gestione della casa, gli orientamenti educativi, le scelte pragmatiche, sono concordate e condivise da tutti gli operatori che devono agire come un “unico corpo”, con un orientamento omogeneo e non “schizofrenico”. Non è il singolo operatore che educa ma l’équipe educativa che, come comunità “familiare”, valorizza le specificità individuali degli operatori. [ne individua le responsabilità personali e le capacità singolari di incarnare le scelte collettive nel proprio comportamento e nella relazione individuale con ogni ragazzo] Si individuano le responsabilità personali cercando di valorizzare le attitudini e le competenze di ogni educator all’interno di un orientamento condiviso (valorizzazione delle differenze e delle risorse umane entro un orientamento condiviso).
A tal fine è prioritario strutturare degli spazi e dei tempi di riflessione, condivisione, organizzazione: riunione d’équipe, supervisione, aggiornamento e formazione. Questo lavoro, “meta” di riflessione sui criteri, sugli orientamenti, sulle finalità, le metodologie, le difficoltà operative e relazionali, non è disgiunto con le scelte pragmatiche, in quanto ne costituisce l’identità, la fisionomia e crea la coerenze d’azione.
La presenza degli operatori è attiva in mezzo ai giovani; le scelte che riguardano la vita dei ragazzi, le decisioni circa l’organizzazione degli spazi e della giornata, le attività, si realizzano insieme, nel coinvolgimento reciproco di operatori e ragazzi,
9. I TEMPI DELL’EQUIPE EDUCATIVA
Gli operatori turnano garantendo flessibilità negli orari (concordati dall’équipe in base alle esigenze specifiche mantenendo una turnazione stabile nel tempo); è garantita la presenza contemporanea (co-presenza) di almeno due educatori, soprattutto negli orari e nei giorni in cui sono presenti la totalità o la maggioranza dei minori.
Il cambio turno deve permettere il passaggio delle informazioni e delle consegne.
L’équipe educativa si riunisce settimanalmente per un momento di formazione e [verifica] supervisione: tale riunione è obbligatoria e compresa nel totale delle ore di ciascun operatore. [L’attività di supervisione (anch’essa obbligatoria e compresa nel totale delle ore di ciascun operatore), viene svolta con cadenza bisettimanale.]
Gli operatori agiscono in maniera conforme alla deontologia professionale e nel rispetto dei valori etici di riferimento cattolico (indipendentemente dalla propria esplicita
professione religiosa: nessuna discriminazione nei confronti di chi si dichiara non-cattolico o non cristiano purché accetti e condivida gli orientamenti educativi della Comunità).
10. GLI STRUMENTI DELL’EQUIPE EDUCATIVA
L’équipe educativa è attenta ad ogni singolo ragazzo, quindi si struttura ed evolve in direzione del servizio ad esso, cioè non è il ragazzo che si adatta alla Comunità, ma il contrario. Perciò è necessaria un’attività costante di verifica e valutazione insita in un lavoro che vuole garantire la qualità del servizio.
In quest’ottica l’équipe educativa:
- prevede strumenti e metodologie di verifica e valutazione costante del lavoro d’équipe (valutazione della propria capacità di relazionarsi con situazioni problematiche e con i vari soggetti dell’affido; mantenimento e raggiungimento degli obiettivi; valorizzazione delle risorse umane e materiali; ecc.). Ad esempio: la supervisione come strumento non solo di lavoro sui vissuti dei singoli operatori, ma anche e soprattutto sulle capacità dell’équipe a trattare le domande e le relazioni nel contesto della relazione d’aiuto;
- prevede strumenti e metodologie di verifica e valutazione costante rispetto all’evoluzione dei ragazzi e dei loro progetti individuali. Ad esempio attraverso colloqui personali e/o
collettivi indici di “gradimento”, di socializzazione, di capacità espressiva e comunicativa, di rendimento scolastico, … dei ragazzi; schede di osservazione; eventuali consulenze esterne; ecc.;
11. MODALITA’ DI ACCOGLIENZA
Nel momento in cui la Comunità di Accoglienza riceve la segnalazione di un caso da parte dei Servizi Sociali avvengono una serie di colloqui per esaminare la “compatibilità” tra le motivazioni, i ruoli, i bisogni di tutti i soggetti e le risorse umane e materiali a disposizione al fine di instaurare da subito le condizioni di dialogo e le premesse per una progettualità, con tutti i soggetti dell’affido.
Questi colloqui costituiscono una prima fase di “Analisi della domanda”: ascolto delle motivazioni di tutti i soggetti dell’affidamento (il ragazzo, la famiglia, i Servizi Sociali, la Comunità) per creare le premesse e le condizioni di sviluppo della capacità decisionale di ognuno (la capacità di porsi degli obiettivi strategici coerenti, di pensarli e attivare la strategia per attuarli); processo che continuerà per tutto il periodo di permanenza del ragazzo, e che costituisce il “contesto” della presa in carico nella relazione di aiuto. Questa fase molto delicata serve a prevenire il fallimento di un inserimento (che è più dannoso di un mancato inserimento); nel dettaglio, essa prevede un primo colloquio tra l’assistente sociale e gli educatori che hanno in carico il ragazzo; un incontro con il minore per una prima conoscenza reciproca ed una visita alla struttura; di stabilire, insieme al minore ed a chi ne ha la tutela, i tempi e le modalità dell’inserimento; la valutazione, da parte dell’équipe educativa incaricata, dell’opportunità dell’inserimento, la consegna di tutta la documentazione necessaria.
L’entrata del minore in Comunità deve essere caratterizzata da un “inserimento adeguato”: i tempi e le modalità sono in rapporto alle esigenze specifiche, a partire dalla singolare storia e situazione di provenienza del ragazzo, e degli obiettivi già individuati nella primissima fase di conoscenza e analisi della domanda. Da questo momento in poi si prende in carico il minore con i suoi disagi e le sue risorse e lo si aiuta ad adattarsi gradualmente alle regole del gruppo coinvolgendo anche gli altri ragazzi nell’importante tentativo di far sentire chi arriva “finalmente a casa”; inizia così un periodo di osservazione reciproca durante il quale si individuano le risorse e le difficoltà del minore (bilancio di competenze, individuazione dei nodi problematici a livello psicologico, relazionale, affettivo, sociale, ecc.); si avviano i primi contatti con la rete relazionale del ragazzo accolto , si ipotizza la formulazione di un progetto educativo individualizzato.
Entro 60 giorni dall’inserimento del minore in Comunità deve essere elaborato, a cura dei servizi territoriali che hanno in carico il minore e dal responsabile della Comunità, un Progetto Quadro che comprenda:
- gli obiettivi del lavoro con la famiglia di origine e/o con la famiglia affidataria e/o con la famiglia adottiva e/o per soluzioni di autonomia;
- gli obiettivi del lavoro educativo con il minore da svolgersi in Comunità;
- le prospettive per il minore e le relative fasi e tempi;
- il lavoro di rete con le altre agenzie formali ed informali;
- le modalità ed i tempi di verifica.
Il minore ha il diritto di conoscere il motivo del suo inserimento in Comunità, lo scopo ed i tempi previsti. Deve essere aggiornato sulle modifiche successive. Queste comunicazioni devono tenere presente l’età e le capacità del minore.
La Comunità custodisce la documentazione accurata ed aggiornata di ogni minore, entro una Cartella personale che raccolga periodicamente tutte le informazioni e le notizie di ordine personale, familiare, anamnestico, sanitario, socio-educativo; con informazioni circa i Servizi territoriali di competenza e alle altre Istituzioni coinvolte nell’accoglienza del minore. Nella cartella personale sono riportati anche il Progetto Educativo Individuale; una memoria degli eventi passati e recenti, delle attività specifiche svolte dal minore (scuola- lavoro, ecc.); schede di osservazioni periodiche; tappe di verifica della permanenza; eventuali interventi di consulenza attivati.
L’équipe educativa si fa garante della privacy circa tutte le informazioni personali del minore, che possono essere consultate soltanto dagli operatori della Comunità
12. MODALITÀ DI PERMANENZA
Nel momento in cui il minore entra a far parte integrante della Comunità, l’équipe educativa elabora un Progetto Educativo Individualizzato (PEI) per il minore stesso.
Il PEI deve essere compilato entro 90 giorni dall’entrata del minore che deve essere coinvolto nell’impostazione del progetto educativo al massimo consentito dalle sue capacità.
Il Progetto Educativo Individualizzato deve comprendere:
- osservazione del minore;
- obiettivi educativi declinati da quelli presenti nel Progetto Quadro,
- strumenti e metodi;
- tempi di realizzazione;
- modalità di verifica.
Da adesso in poi c’è la presa in carico totale del minore (vitto, alloggio, vestiario, assistenza sanitaria, accompagnamento nella vita scolastica – relazioni con le scuole, eventuale accompagnamento nell’inserimento del mondo del lavoro, inserimento in attività sociali-ludicosportive in base alle inclinazioni e agli interessi personali).
Durante la permanenza dei minori in Comunità, si possono organizzare laboratori specifici, tornei e attività ludico-sportivi interni alla casa, oppure favorire l’inserimento del minore in gruppi e attività esterne. La Comunità pone un’attenzione particolare nel cercare di focalizzare gli interessi e le attività non solo all’interno della propria struttura ma di sostenere e incoraggiare le relazioni esterne, secondo percorsi di autonomia e responsabilizzazione personale.
La permanenza dei minori è organizzata secondo uno stile di vita comunitario, dove sono
centrali la co-responsabilità e la condivisione: i minori e gli operatori sono coinvolti nella gestione della casa, nella cura degli ambienti, nella condivisione degli spazi collettivi e personalizzazione degli spazi individuali. Per questo si possono organizzare incontri periodici tra educatori e ragazzi, per facilitare lo scambio di opinioni, di iniziative, di esigenze; per facilitare la condivisione delle scelte comunitarie, discutere dei problemi che emergono nella vita comunitaria; per permettere la comunicazione e l’espressione dei vissuti degli eventi straordinari e/o ordinari.
13. MODALITÀ DI DIMISSIONI E DI ALLONTANAMENTO
La fase di dimissione è sempre una fase delicata, che va pensata, preparata, comunicata accuratamente e sempre in relazione agli obiettivi educativi definiti nel Progetto Educativo Individuale.
È un momento quanto più possibile concordato tra i soggetti direttamente interessati: in primis il ragazzo, a cui va prospettata tutta la situazione di cambiamento a cui va incontro e aiutato a coglierne il senso globale, nella prospettiva immediata e in quella a lungo termine, ed evitare che sia vissuta come punizione, abbandono, tradimento… Si deve trovare il modo per lasciare l’opportunità al minore di esprimere i propri sentimenti, emozioni, ed anche le sue opinioni e proposte concrete.
L’allontanamento immediato è previsto soltanto nel caso in cui esistano condizioni gravi che lo consiglino o lo giustifichino (per fatti di aggressioni; incompatibilità gravi tra il minore e gli altri residenti che pregiudichi la serenità e l’equilibrio della casa; per una sofferenza acuta del minore, e simili). Le difficoltà di rapporto o le crisi personali vengono considerati come segnali da leggere e interpretare, a cui dare una risposta che difficilmente coincide (e anzi probabilmente è antitetica) con l’allontanamento del ragazzo dalla Comunità.
In caso di allontanamento improvviso da parte del minore si avvisano tempestivamente i Servizi Sociali responsabili e l’autorità competente. L’équipe degli operatori si adopera per la ricerca del minore stesso. In caso di ritrovamento il minore viene nuovamente accolto cercando di capire insieme il significato di questo gesto e se esistono i presupposti per proseguire l’accoglienza o se invece è necessario trovare una soluzione alternativa.
Isernia,10.02.24
Il Legale Rappresentante Massimo Scagliarini